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Da scarto a risorsa: il concetto di bioraffineria applicato agli alimenti

 

Gli scarti non sono rifiuti da smaltire. Sono risorse dalle quali è possibile ricavare nuova ricchezza, 100% bio ed ecosostenibile. Insomma: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
È una delle nuove frontiere della ricerca in campo agroalimentare: non stiamo parlando né di utilizzo dello scarto come biomassa per produrre energia, né tanto meno di riciclo. Il concetto del “non si butta via niente” fa un salto di qualità: non si tratta infatti riutilizzare, quanto di sintetizzare dallo scarto qualcosa di completamente nuovo e richiesto dal mercato. 

Dagli scarti dell’industria agrumaria, ossia dalle bucce d’arancia, si riescono a ricavare solventi bio, mentre sono stati effettuati tentativi per ottenere materie plastiche. Le bucce d’arancio, come quelle della mela, contengono inoltre pectine, sostanze tradizionalmente utilizzate come addensanti, per le quali la scienza sta cercando nuovi sbocchi industriali. Dai residui di lavorazione del riso, del pomodoro e dell’uva si ottiene invece olio vegetale,  sempre più richiesto dall’industria per scopi energetici. Per il siero del latte sono in studio diverse soluzioni: in primo luogo si sta sperimentando la possibilità di trasformare il lattosio in sorbitolo (noto dolcificante) e in dulcitolo, sostanza ancora poco conosciuta, ma che potrebbe essere valorizzata nell’industria alimentare.

Entrambi potrebbero inoltre essere destinati alla produzione di prodotti bio-plastici. Infine il pane: gli avanzi possono essere utilizzati per ricavare acido polilattolico, polimero dal quale si ricavano pellicole biodegradabili, sacchetti di bio-plastica, materiali medici e sieri cosmetici. Insomma, le possibilità sembrano essere numerose. 

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